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Rapina a Stoccolma

Giovedì 20 Giugno 2019 19:52 Pubblicato in Recensioni
E' noto a tutti il fenomeno della sindrome di Stoccolma, ma se qualcuno vi chiedesse da dove trae origine chi saprebbe rispondere? 
Tutto nacque nel 1973 durante l'occupazione della Sveriges Kreditbank di Stoccolma da parte di Jan-Erik Olsson e Clark Olofsson, che tennero in ostaggio 4 persone per 6 giorni. Il particolare comportamento degli ostaggi, che a un certo punto cominciarono ad aiutare i loro sequestratori contro la polizia, incuriosí gli psicologi, che conclusero i loro studi coniando la famosa espressione.
Robert Budreau (Born to be Blue) trae ispirazione dalla realtà per portare all'attenzione del grande pubblico la strana combinazione di eventi, coadiuvato da un cast dall'indubbio valore artistico come Ethan Hawke e Mark Strong nei panni dei due assalitori e Noomi Rapace, unica vera autoctona della vicenda, come una degli ostaggi.
L'ambientazione da anni '70 viene ricreata molto fedelmente, con una palette cromatica calda, e dei costumi che richiamano lo stile iconico del periodo. Il personaggio di Ethan Hawke in particolare, che all'inizio della vicenda cerca di fingersi americano, pare uscire di peso dalla cultura di Easy Rider e altri film di fine anni '60, creando uno strano mix istrionico e spavaldo, ma alla fine incapace veramente di comunicare il timore del classico pazzo omicida che sta tenendo in ostaggio una banca.
Il fatto che qualcosa non torni si avverte presto, perchè anzichè caricare l'atmosfera di tensione di fronte agli spari e alle urla in faccia agli ostaggi, un montaggio poco reattivo e una regia meno dinamica del solito per il genere sgonfiano la suspance, suggerendo che ci sia qualcosa di strano in questo assalitore, che abbaia ma non morde, e anzi mette della musica di Bob Dylan per far sentire a proprio agio gli ostaggi.
Quando arrivano delle vere e proprie incursioni nella commedia come cantare alla radio della polizia o chiedere la Mustang di Steve McQueen di Bullit come auto per la fuga, ci si rende ormai conto che lo scopo è delineare un quadro che attiri anche noi spettatori ad assecondare questro sequestratore gentiluomo, che in fondo sta solo cercando di aiutare il proprio amico d'infanzia ad evadere dal carcere e scappare verso la libertà.
Ovviamente le forze dell'ordine assumono i contorni degli antagonisti della vicenda, incuranti dei bisogni degli ostaggi, attirate solo dal proprio fine e giustificando ogni mezzo per fermare la crisi; con alle spalle una politica che si abbuffa comoda guardando discorsi di Nixon e che può permettersi di nascondersi dietro l'interesse della collettività sopra quello individuale. 
Se l'intento del regista appare quindi chiaro, non viene però supportato da un convincente sforzo in fase di sceneggiatura, perchè le dinamiche che portano gli ostaggi, il personaggio di Noomi Rapace in particolare, a comportarsi in favore dei sequestratori appaiono troppo poco approfondite e improvvisate. Il lavoro di compressione della vicenda ci consegna una visione ingenua dell'asfissiante ambiente in cui può nascere una dipendenza affettiva di tale genere, e lo sviluppo che la porta ad innamorarsi del suo aguzzino stride di un'eccessiva banalità.
Delle interpretazioni attoriali in parte, ma tutto sommato incapaci di brillare, completano il quadro di un film interessante ma afflitto da una realizzazione generale troppo semplicistica che tuttavia poco emoziona.
 
Omar Mourad Agha

La mia vita con F. John Donovan

Mercoledì 26 Giugno 2019 17:09 Pubblicato in Recensioni

Cosa dovrebbe rivelare un artista di se stesso? E cosa è davvero importante conoscere di lui? Il timore di non essere mai all’altezza delle aspettative degli altri porta ad un perenne senso di inadeguatezza, uno smarrimento che come un vortice isola dal mondo esterno.  La mia vita con John F. Donovan ruota attorno a questo tema che come un guscio anestetizzante ha circondato a lungo l’esistenza di John, portandolo alla perdita di senso nel suo reale. Nel film, a narrarci la storia di Donovan è l’attore ventenne Rupert Turner, che in una lunga intervista in occasione dell’uscita del suo primo libro, decide di parlare della corrispondenza epistolare avvenuta circa dieci anni prima tra lui e la star americana.  Nelle lettere spedite a Rupert, Donovan confidava apertamente i suoi turbamenti, le continue frustrazioni dinnanzi ad una vita costruita sulla base dell’accettazione altrui. Il rapporto a distanza tra i due, sancì qualcosa di molto più importante di una pura amicizia epistolare, portando al disvelamento di alcuni aspetti finora tenuti all’oscuro. Il settimo film di Xavier Dolan è probabilmente quello che più cerca di discostarsi dai suoi precedenti lavori, tentando di fare da spartiacque con la pregressa filmografia. Dopo un’accoglienza piuttosto tiepida a Toronto, accompagnata da numerose disapprovazioni da parte della stampa internazionale, finalmente ci è possibile rintracciare le tanto chiacchierate debolezze di questo film. Partendo da una succinta analisi della trama, si arriva alla conclusione che i continui rimaneggiamenti della sceneggiatura da parte di Dolan e del suo co-sceneggiatore Jacob Tierney, di certo non hanno giovato sul risultato complessivo. Si pensi infatti, che il film è rimasto per circa due anni e mezzo in disparte, un po’ per i molteplici progetti di Dolan e un po’ per alcune incertezze sulla storia e sui personaggi. Ebbene, tali incertezze tornano a galla in modo prepotente nella versione finale del lavoro. Ciò che si evidenzia è pertanto un’intensità che vacilla gradualmente nel corso del film, fino a perdere totalmente equilibrio. La tempesta visiva tipica del cinema di Dolan è qui riconfermata, ma è la sola a restituire sensazioni che purtroppo i personaggi e le scene non riescono a trasmettere. La forza dell’immagine è il vero fulcro del film perché incanta e ammalia, lasciando però poco spazio ad altro. Anche se si è lontani dalle atmosfere e dalla tensione emotiva di un’opera sincera come E’ solo la fine del mondo, alcune di quelle istantanee continuano ad essere presenti nel cinema del regista. La presenza costante di esse, finisce in alcuni casi per creare un’assuefazione pericolosa per lo spettatore, soprattutto se quello che viene narrato non ha uno scheletro ben definito. La sensazione che il tutto evapori è tangibile dalle primissime scene, in cui Kit Harington, bello da bucare lo schermo, non riesce ad andare a fondo e a risultare pertanto adatto al ruolo. Da ciò deriva quel mancato senso di empatia che lo spettatore percepisce da subito, sentendosi incapace di avvicinarsi davvero ai personaggi (un aspetto che può apparire improbabile ed estraneo a chi ha finora amato i film pregni di forza e sentimento di Xavier Dolan, ma che si presenta con evidenza in questo lavoro). Tra gli aspetti positivi, è imperdonabile non dedicare una menzione speciale al piccolo Jacob Tremblay, vera perla del film, capace di rapire anche solo con uno sguardo. Nel cast anche Natalie Portman, nel ruolo della madre di Rupert, una presenza che aggiunge intensità al racconto passato del giovane, ma il cui personaggio poteva essere affrontato meglio e con una sensibilità differente. Susan Sarandon si trova invece a fare i conti con il ruolo di un'altra madre, quella di Donovan, donna solare e allo stesso tempo sfacciata, con un bizzarro rapporto con l'alcol. Ma il fiore all'occhiello resta il cameo di Kathy Bates, nei panni dell'irriverente manager di Donovan, capace di restituire al film un prezioso respiro cinico e ironico. Quel che è certo, è che il vero protagonista del racconto è in assoluto lo sguardo, ancora una volta cuore pulsante e motore di molte scelte stilistiche di Xavier Dolan, autore-tessitore di intrecci visivi che quasi sempre centra il bersaglio.

Giada Farrace

 

L’Isola del Cinema valorizza e promuove da sempre il Cinema e i nuovi registi emergenti. Per questo è stato scelto di riservare un Premio ai registi che si sono cimentati per la prima o seconda volta nella realizzazione di un lungometraggio, che si è particolarmente distinto nell’ultima stagione cinematografica.  
 
 
 
Nella Grande Sala Arena Groupama, martedì 25 giugno, si è appena svolto il primo degli appuntamenti dedicati al Concorso Opera Prima e Seconda, a cura di Francesca Piggianelli. Ha aperto la kermesse la proiezione di "In viaggio con Adele" di Alessandro Capitani. Il regista è stato presente in Arena, accompagnato dai due attori protagonisti, Alessandro Haber e Sara Serraiocco, e dallo sceneggiatore Nicola Guaglianone.
 
Gli appuntamenti proseguiranno con "Sulla mia pelle" di A. Cremonini (30 giugno), "Croce e delizia" di S. Godano (2 luglio), "Euforia" di V. Golino (7 luglio), "Ride" di V. Mastandrea (8 luglio) e "Domani è un altro giorno" di S. Spada (14 luglio).
 
Tutti i titoli in Concorso verranno valutati da una prestigiosa giuria di qualità, composta da giornalisti cinematografici.
 
La serata di Premiazione, sostenuta dal Partner Groupama Assicurazioni, si terrà giovedì 18 luglio 2019 alle ore 21.00 nella grande Arena sull’Isola Tiberina.
 
Tutte le informazioni consultando www.isoladelcinema.com

Pop Black Posta: il trailer

Giovedì 20 Giugno 2019 11:44 Pubblicato in News
Ahora! Film è lieta di presentare il trailer del thriller/black comedy Pop Black Posta, che, diretto da Marco Pollini e co-sceneggiato dallo stesso insieme a Lucia Braccalenti e Luca Castagna, sarà nei cinema a partire dal 22 Agosto 2019.  
Il lungometraggio, con protagonista la due volte vincitrice del David di Donatello Antonia Truppo, qui in inedite vesti di psicopatica, include nel cast Annalisa Favetti, Stefano Ambrogi, Denny Mendez, Enzo Garramone, Pino Ammendola, Alessandro Bressanello, Hassani Shapi, Aaron T. Maccarthy, Luca Lobina, Noemi Maria Cognini e Luca Romano. La colonna sonora del film è stata curata dal compositore Marco Werba che ha registrato i brani con l'orchestra sinfonica della Bulgaria.
 
 
Pop Black Posta è ambientato in un luogo piuttosto inusuale: un ufficio postale. L’ufficio postale è diventato, infatti, negli ultimi anni, un luogo stravagante, caratterizzato nell’immaginario collettivo da un servizio poco accurato, da lungaggini burocratiche, file interminabili, macchinari obsoleti, personale frustrato e, non ultimo, a rischio di rapine. All’interno del film viene ricreato questo luogo immaginario, ma non lontano dalla realtà e caratterizzato da un'atmosfera claustrofobica e decisamente sopra le righe.
 
Sinossi: Alessia (Antonia Truppo) è un’impiegata di una piccola posta di provincia che, in un giorno qualunque, prende in ostaggio cinque persone e le obbliga a confessare vari crimini commessi. I cinque, un pastore di una chiesa evangelica (Hassani Shapi), una latinoamericana (Denny Mendez), un ragazzo del Sudan (Aaron T. Maccarthy), una bionda elegante (Annalisa Favetti) e un signore grasso apparentemente tecnologico (Alessandro Bressanello), dovranno difendersi da loro stessi e dagli errori compiuti, cercando di  sopravvivere e di compiacere Alessia, che, nella sua follia, è pronta ad ucciderli per vendicare il suo passato.  
 
Di seguito alcuni Partner che hanno collaborato  al film POP BLACK POSTA: Phonopress, Finstal , SicurItalia, Vimar, Signor Peperoncino,  Zorzi, Leader Form/Extreme printing, Residence All'Adige, Agec, Verona Film Commission, Fondazione Arena di Verona,  Mibac, Regione Veneto, Comune di Verona, Regione Lazio, Reel One, Sud Sound Studios.